venerdì 2 gennaio 2026

traduzione in italiano dal testo inglese 

L’ ADORAZIONE DEGLI ALBERI E DEI SERPENTI:

Il culto degli alberi e dei serpenti: illustrazioni di arte e mitologia in india

nel primo e quarto secolo dopo cristo

dalle sculture degli stupa buddisti a Sanchi e Amaravatī

preparato sotto l'autorizzazione del segretario di stato per l'india

con saggi introduttivi e descrizioni delle tavole

di james Fergusson,

autore di "illustrazioni pittoresche dell'architettura indiana", "storia dell'architettura",

londra:

india museum, 1868.

w-h. allen and co., 13, waterloo place, s.w. editori all'ufficio indiano.

INDICE

SAGGIO INTRODUTTIVO.

PARTE I._Mondo Occidentale.

Sacrifici Umani

Germania

Egitto

Sarmazia

Giudea

Scandinavia

Fenicia

Francia

Mesopotamia

Gran Bretagna

Grecia

Africa

Italia

America

 

PARTE II - Asia Orientale.

Persia

India

Cashmere

Mahabharata

Cambodia

Nascita del Buddhismo

China

Religione Hindu

Oceania

Adorazione moderna dell’Albero e del Serpentein India

Ceylon

 

Lo Stupa Di Sanchi.

capitolo 1. Introduzione - Classificazione dei Monumenti Storia - Etnografia - Sculture - Vie - Pilastri

capitolo ii. cerchi di pietre - battagliole buddiste - cancelletto - incontro con sculture

Descrizione delle tavole da i a xlv.

Lo Stupa Di Amaravati.

Capitolo i introduttivo

Capitolo ii storia del monumento

Descrizione delle tavole da xlvi a xcviii.

CONCLUSIONE.

Architettura - Religione - Etnologia

PREFAZIONE

La storia di questo libro è semplice, ma sembra necessario raccontarla affinché molto di ciò che contiene possa essere apprezzato nel suo vero valore e non preso per ciò che non pretende di essere.

Quando, nell'autunno del 1866, si stavano prendendo accordi in questo paese per la grande Esposizione di Parigi, che si sarebbe tenuta l'anno successivo, il signor Cole mi suggerì che avrebbe offerto un'eccellente opportunità per promuovere i miei progetti di diffusione della conoscenza dell'arte e dell'architettura indiana. Avendo appena completato la mia "Storia dell'Architettura", e avendo di conseguenza il tempo libero necessario, mi lasciai facilmente convincere dalle sue idee; e dopo un'attenta riflessione, si decise di esporre una vasta collezione di fotografie di architettura indiana che possedevo, insieme ad altre a cui avevo accesso. Si ritenne, tuttavia, che una semplice collezione di fotografie, senza un oggetto più in vista che attirasse l'attenzione, difficilmente avrebbe risposto allo scopo. Proposi quindi di aggiungere anche alcuni calchi di sculture indiane o frammenti architettonici, non solo per dare carattere alla mostra, ma anche per consentire agli studenti di valutare il valore degli oggetti da campioni delle dimensioni temporali.

Esaminai poi, tra le altre cose, la collezione dell'India Museum, allora a Fife House, allo scopo di ottenere i modelli necessari per la fusione; e dopo aver esaminato attentamente il tutto, mi concentrai su quattro esempi di scultura provenienti dall'Amaravati Stupa, ritenendoli i più adatti al mio scopo. Conoscevo da tempo questi marmi, poiché erano stati inviati in questo paese dal colonnello Mackenzie prima del 1820, ed erano i principali ornamenti del vecchio museo di Leadenhall Street. Li avevo spesso ammirati lì, e li avevo considerati così curiosi e interessanti che, se me ne fosse stata l'occasione, avrei ritenuto opportuno fare un viaggio in India appositamente per esplorare il Stupa ed esaminare le numerose antichità che so esistere nelle sue vicinanze. Fui quindi non poco stupito nell'apprendere che una vasta collezione di marmi provenienti dallo stesso monumento era conservata nelle rimesse delle carrozze dell'istituzione.

Dopo un'indagine, ho scoperto che Air, ora Sir Walter Elliot, quando era Commissario a Guetta nel 1815, aveva scavato una parte considerevole del monumento e inviato a Madras i risultati delle sue esplorazioni. Rimasero lì, esposti al vento e alla pioggia, per dieci o dodici anni, e poi furono rispediti a casa e, dopo una breve sosta nei Docks, furono depositati dove li ho trovati, poiché non c'era spazio nel Museo stesso per la loro esposizione.

Questa scoperta del tutto inaspettata modificò notevolmente il piano della campagna. Si decise quindi, invece di fondere i marmi, di inviare a Parigi uno o cinque esemplari dei marmi stessi, di recuperarli e fotografarli tutti alla stessa scala, in modo da poterli ricomporre e di effettuare così il restauro del monumento. In questo progetto fui caldamente appoggiato dal Dr. Forbes Watson, Direttore del Museo, che mi prestò tutta l'assistenza che i mezzi a disposizione dell'Iris mi offrivano e, nonostante le numerose difficoltà – era pieno inverno e la neve ricopriva il terreno per la maggior parte del tempo – il compito fu portato a termine con successo, grazie all'intelligenza e allo zelo minuzioso del Sig. Griggs, il fotografo addetto alla struttura.

Non appena ottenni una serie completa di fotografie, mi misi al lavoro per ricomporle e, con i procedimenti spiegati nel testo, ottenni due prospetti della ringhiera esterna, mostrati in scala ridotta nelle Tavole XLVIII e XLIX, e uno della ringhiera interna, Tavola LXXV, tutti esposti a Parigi insieme ai marmi, e circa 500 altre fotografie di oggetti architettonici indiani. Durante i tre o quattro mesi che avevo trascorso a studiare attentamente queste fotografie, non solo avevo familiarizzato con le loro forme, ma avevo anche acquisito una notevole quantità di conoscenze inaspettate sull'antica arte e mitologia indiana. La maggior parte di queste informazioni mi erano del tutto nuove, ma mi sembravano sufficientemente importanti da giustificarne la pubblicazione; e perseguendo questo obiettivo, esposi le fotografie e lessi un articolo sull'argomento alla Royal Asiatic Society nel giugno 1887, che fu poi pubblicato sul loro Journal, vol. III della nuova serie, p. 132 e segg. Questo articolo, tuttavia, era ben lungi dall'esaurire l'argomento o dall'illustrare il monumento nella misura che sembrava auspicabile, e di conseguenza mi rivolsi al Segretario di Stato per l'India in Consiglio affinché mi aiutasse a pubblicare l'intero materiale fotografico, con le spiegazioni che potessero sembrare opportune. Sir Stafford Northcote aderì con entusiasmo al progetto e il Consiglio concesse con grande generosità il permesso e i fondi necessari per la sua esecuzione, nella sezione del Museo dell'India dedicata alla riproduzione di opere di valore artistico.

Si intendeva allora che l'opera consistesse di trenta o trentadue lastre fotografiche e diciotto o venti litografie, con le relative spiegazioni, ma che fosse limitata interamente all'Amaravati Stupa. Fu allora anche concordato che il prezzo dovesse essere limitato a tre ghinee, secondo il principio adottato dal Dipartimento, secondo cui il pubblico avrebbe dovuto ottenere questa e altre opere simili a prezzi calcolati solo per coprire i costi di produzione. Nel corso, tuttavia, delle indagini necessarie per la realizzazione di questo progetto, mi sono imbattuto in una splendida serie di disegni del Sanchi Stupa, realizzati nel 1851 dal Tenente Colonnello Maisey, dell'esercito del Bengala, e che si trovavano nella Biblioteca dell'India Office; e contemporaneamente ho ricevuto dal Tenente Waterhouse, RA, una serie di fotografie dello stesso monumento.

Le sculture di questo Stupa erano così direttamente correlate al soggetto che, avendo ora ampi mezzi per illustrare anche il Sanchi Stupa, ho deciso di pubblicarlo come seguito di quello di Amaravati. Con il progredire del lavoro, tuttavia, è diventato evidente che questo significava in realtà mettere il carro davanti ai buoi. Quello di Sauchi era il più antico dei due Stupa; e pubblicare prima l'esempio più moderno equivarrebbe a leggere il libro al contrario. Di conseguenza, mi sono nuovamente rivolto all'India Council e, essendo stata accolta con lo stesso spirito liberale, l'opera ha assunto la sua forma e il suo prezzo attuali.

Giunti a questo punto, si poneva un interrogativo molto serio su quale forma dovesse assumere il testo dell'opera. Il grande pericolo da evitare era apparentemente il presupposto che il Culto dell'Albero e del Serpente raffigurato nelle illustrazioni di quest'opera dovesse essere considerato una mera superstizione locale indiana. Per ottenere la simpatia degli studiosi europei o per fondarlo sulle sue vere basi, sembrava indispensabile spiegare fino a che punto quella forma di culto fosse diffusa in altri paesi e in che misura fosse alla base o influenzasse altre forme di fede. Farlo in modo completo e completo era del tutto incompatibile con lo scopo della presente opera, anche se fossi stato qualificato per farlo. Allo stesso tempo, tuttavia, non potevo fare a meno di pensare che aver fatto del testo una mera descrizione dei due Topi, e annunciarlo come tale, significasse semplicemente sigillare il libro al grande pubblico e relegarlo alla piccola e, temo, in diminuzione, schiera di appassionati che si suppone si dilettino a frugare tra le disprezzate antichità locali dell'India. D'altro canto, per trattarlo da un punto di vista scientifico e più cosmopolita era necessario un autore che non solo conoscesse il sanscrito e il pali sufficientemente bene da leggere i testi ordinari, ma che fosse anche in grado di decifrare le iscrizioni e di pronunciarsi su enigmi paleografici. Avrebbe dovuto inoltre dedicare almeno alcuni anni di studio al ramo occidentale della materia, dall'antica Grecia ai suoi più recenti sviluppi Finnici.

Non posso vantare la minima pretesa di aver raggiunto nessuno di questi traguardi. La mia conoscenza delle lingue indiane si limita ai dialetti vernacolari e non avevo mai dedicato particolare attenzione al culto degli alberi o dei serpenti in Occidente prima di intraprendere questo lavoro. Ho intrapreso questo lavoro. pertanto, per la mia conoscenza della branca orientale dell'argomento, dipendo interamente dalle traduzioni, raramente complete e non sempre affidabili, e da un moderato livello di lettura per quella occidentale.

Un uomo più cauto o prudente, consapevole delle numerose insidie ​​in cui questo percorso può condurlo, avrebbe rifiutato del tutto l'impresa; e tutto ciò che posso addurre a scusa della mia temerarietà è che in ogni caso ho cercato di attenermi a quelle che ritengo essere le mie reali conoscenze. In effetti, questa è la facilità con cui la vedo io, che l'opera è più soggetta a critiche per ciò che omette che per ciò che contiene, e di conseguenza mi espongo al rimprovero di sembrare ignorante di ciò che si può presumere debba essere noto a chiunque tratti un argomento del genere. Sarebbe stato molto più facile scrivere un'introduzione due o tre volte più lunga e lasciare al lettore la facoltà di distinguere tra il grano e il grano; ma ho ritenuto meglio proporre solo ciò che ritenevo di poter comprovare e lasciare lo sviluppo più completo dell'argomento a studiosi più competenti.

Allo stesso tempo, pur essendo pienamente consapevole delle mie lacune dal punto di vista letterario, ritenevo di essere probabilmente competente quanto chiunque altro potessi nominare nel trattare l'argomento dei monumenti e delle sculture di quel periodo da un punto di vista architettonico o archeologico. La lunga familiarità personale con i monumenti indiani e il loro studio appassionato, che si estendeva per metà della mia vita, mi avevano conferito una prontezza nel discernere le peculiarità di quei luoghi, che mi dispiace pensare che ben pochi possiedano; e mi sentivo, quindi, un po' fiducioso nell'intraprendere questa parte del lavoro.

Se fossi giustificato o meno, altri dovranno giudicare; ma in ogni caso, sentivo e sento essere fin troppo vero che se non l'avessi intrapreso io, non ci sarebbe stato nessun altro, per quanto ne sapevo, che possedesse il tempo libero, unito all'amore per la materia, necessari per il compito. A meno che non mi avvalessi dell'opportunità, non potrei fare a meno di temere che le illustrazioni dell'opera possano rimanere inutilizzate per un altro mezzo secolo – come è successo a quelle della Collezione Mackenzie – o almeno per un altro quarto di secolo, come è stato il destino di quelle donate alla nazione con così tanta fatica e spesa da Sir Walter Elliot.

C'era ancora un'altra possibilità, che consisteva nel posticipare la pubblicazione dell'opera a quest'ora dell'anno prossimo. Altri dodici mesi di studio e preparazione mi avrebbero forse permesso di rendere il mio testo molto più completo di quanto ora pretenda di essere; ma anche così non sarebbe stato perfetto. Personalmente, avrei senza dubbio guadagnato un notevole merito alla mia reputazione con questo corso, ma sono così convinto che le illustrazioni di quest'opera siano di per sé – indipendentemente dal testo – il contributo più prezioso offerto agli studiosi di antichità indiane negli ultimi anni, che ho subito abbandonato tale idea. Il testo è stato stampato di pari passo con le lastre, e il mio ultimo foglio è stato mandato in stampa prima che l'ultima litografia fosse pronta per la prosa. Di conseguenza l'opera non ha avuto un ritardo di un'ora per nulla di ciò che ho fatto, e sono certo di aver fatto bene ad agire in tal senso. Tuttavia, avrei potuto essere indotto a ritardare la pubblicazione  se fossi riuscito a ottenere la collaborazione di persone in India che hanno avuto la possibilità di acquisire conoscenze sull'argomento. Ho trovato, tuttavia, così difficile spiegare per corrispondenza con estranei cosa esattamente volessi sapere, e ancora più difficile disilludere le loro menti dall'idea che non si trattasse di una mera invenzione antiquaria da parte mia, che temo che si otterrebbe ben poco in tal senso ritardando. Il vero modo per interessare gli estranei è mostrare loro cosa è stato fatto e far loro vedere cosa resta ancora da fare. Una volta che questo viene loro reso chiaro, sono convinto che ci siano centinaia di ufficiali intelligenti e altre persone in India che possono e vogliono fornire immediatamente le informazioni richieste.

Nel frattempo, tuttavia, non voglio essere interpretato come un lamentoso. Il Generale Cunningham, il Colonnello Meadows Taylor, il Professor Cowell, il Dott. Balfour e il Dott. Best hanno contribuito con appendici molto importanti a quest'opera. Il Dott. Reinhold Rost mi ha offerto un'assistenza preziosissima nel passaggio dei fogli alla stampa, mentre Prinee Prederick dello Schleswig Holstein e molti altri mi hanno fornito informazioni e assistenza molto utili. Tuttavia, l'argomento, almeno nella sua forma attuale, è nuovo e richiederà la collaborazione di un numero considerevole di persone qualificate prima di poter essere trattato in modo chiaro e comprensibile.

Quest'ultimo è il fatto su cui, in conclusione, vorrei richiamare in modo particolare l'attenzione. Se quest'opera è davvero dell'importanza e dell'interesse che, a giudicare dalle sue illustrazioni, credo che sia, il numero molto limitato di copie di cui questa edizione si estende si esaurirà presto, e l'opera dovrà riapparire in una forma simile o più popolare. Se in tal caso sarà anche più completo o perfetto dipende più dagli altri che da me. Se coloro che sono più competenti, o che hanno speciali opportunità di acquisire conoscenza, ci aiuteranno con critiche o comunicazioni alla stampa, o impartendomi informazioni privatamente, molto si potrà facilmente fare. Lo esorto tanto più ardentemente, perché sembra che solo grazie a tale cooperazione, sia in un libro come questo, sia sotto una guida più competente, saremo in grado di seguire il culto dell'Albero o del Serpente attraverso tutte le loro ramificazioni, o di ricondurli alla loro fonte. Sono anche convinto che l'argomento ripagherà ampiamente qualsiasi sforzo gli venga dedicato, perché se non erro è il più antico: un tempo era il più diffuso, ed è ora la più curiosa di tutte quelle forme di culto attraverso le quali l'uomo abbia mai tentato di avvicinarsi o propiziarsi la Divinità.

JF

20 Langham Place, novembre 1868.

NOTA.

La difficoltà relativa alla corretta ortografia dei nomi indiani si è presentata con maggiore evidenza del solito nelle pagine seguenti. La regola che si è cercato di seguire è, in primo luogo, quella di lasciare tutti i nomi già familiari all'orecchio inglese nelle forme in cui sono stati adottati nella nostra letteratura. Pertanto, nomi come Cashmere, Cambodia, Karlee, Ellora, Amaravati, ecc., sono stati lasciati come sono solitamente scritti. Termini familiari come Rajā, Nāga, Hindu, ecc., che ricorrono in ogni pagina dell'ultima parte dell'opera e sulla cui pronuncia non vi possono essere dubbi, sono scritti senza accenti. Tutti gli altri nomi propri indiani sono accentati secondo il metodo di traslitterazione più comunemente adottato dagli studiosi indiani. Questo non solo per indicare al lettore inglese il modo corretto di pronunciare la parola, ma anche per evitare qualsiasi ambiguità riguardo alla parola o alla persona a cui si riferiscono.

È stato un po' difficile seguire rigorosamente queste regole in ogni occasione, ma almeno è ciò che abbiamo cercato di fare.


giovedì 9 febbraio 2012

COMMENTO DELLA «SURA DELLA STELLA»


la vianascosta


ABD-ER-RAZZÀQ AL-QASCIÀNI

(LIII)


Nel Nome di Allàh, il Clemente, il Misericordioso

1 ) «Per la stella quando declina »
Giuro per l'anima di Muhammad, su di lui il Saluto e la Pace, quando essa si estingue e tramonta dal luogo della Manifestazione (zhuhùr), declinando dal grado che corrisponde al punto di vista della Manifestazione e dalla Presenza (hudur).

  2)
«Il vostro compagno non erra»
 limitandosi all'anima e deviando dal Fine Supremo, per inclinazione verso di lei «né viene deviato» dal velo degli Attributi, arrestandosi ad essi nella Stazione del Cuore.

3)«né parla per passione »
 per l'apparizione della qualità psichica nella colorazione (tal wìn). (1)

4) «Esso (il Corano) non è se non una rivelazione che gli è stata fatta »
dal momento in cui arrivò all'Orizzonte del Cuore - l'«Orizzonte Evidente» (Cor. LXXXI, 23), che è il Cielo dello Spirito - fino a quando pervenne all'Orizzonte Supremo, che è l'estremo limite della Stazione dello Spirito.(2)

5-6)    «Glielo ha insegnato colui che è dotato di intensa forza e di potenza intellettuale »
Lo Spirito di Santità, che è dotato di intensa forza, potente su ciò che gli è inferiore in grado, su di cui ha il potere eccellente; dotato di fermezza e di giudizio nella sua scienza, egli non può né cambiare, né dimenticare Allah.

7) «e si è eretto (maestosamente) mentre egli sì trovava all'Orizzonte Supremo »
Egli si è eretto nella sua forma essenziale, mentre il Profeta, su di lui il Saluto e la Pace, si trovava all'Orizzonte Supremo. Infatti, fintanto che il Profeta, su di lui il Saluto e la Pace, si trovava all'Orizzonte Evidente, lo Spirito di Santità non era disceso nella sua forma reale, poiché non è possibile rappresentare lo Spirito Puro nella Stazione del Cuore se non con una forma simile a quelle presenti in tale Stazione. Per questo assumeva le sembianze di Dahyah al Kalbì, che era tra i giovani di più bel aspetto, e tra i più cari all'Inviato di Allàh, su di lui il Saluto e la Pace; se non si fosse presentato in una forma che potesse imprimersi nel petto (sadr), il cuore non avrebbe compreso le sue parole e non avrebbe potuto vedere la sua forma. Quanto alla sua forma reale, nella quale fu creato, essa apparve al Profeta, su di lui il Saluto e la Pace, solo due volte. 
Una volta in occasione della sua Ascensione alla Presenza dell'Unità(,al-Hadratu-l-Ahadiyyah), quando salendo per gradi arrivò alla Stazione dello Spirito (maqàmu-r-Rùh); la seconda volta in occasione della sua Discesa (nuzul), quando scendendo ritornò allo stato precedente, presso il Loto del Limite.

8) «Poi si approssimò, e poi discese»
Poi, l'Inviato di Allah, su di Lui il Saluto e la Pace, si approssimò ad Allàh e si innalzò dalla Stazione di Gabriele, su di lui il Saluto, estinguendosi nell'Unione ed elevandosi dalla Stazione dello Spirito. In questo stato Gabriele, su di lui il Saluto, disse: « Se mi avvicinassi della punta di un dito, brucerei », perché dopo il suo stato non vi è che l'estinzione nell'Essenza (al- fanà fì-dh-Dhàt) e l'Olocausto nella Gloria Divina (al Ihtiràq bi-s-Subuhati)(3). Poi discese, cioè si diresse verso il lato umano, ritornando dalla Verità alla Manifestazione, nello stato di Permanenza (baqà) dopo l'Estinzione, per l'Esistenza reale {al-W ugiudu-l-Haqqànì) conferitagli.(4)

9) «ed era misura di due archi 0 meno »
Mohammad, su di lui il Saluto e la Pace, era la misura del Cerchio dell'Essere (miqdàru da'irati-l-wu- giùd)(5), che comprende il Tutto, e che è diviso da una retta immaginaria in due archi, considerando (separati) la Verità e la Manifestazione; ed è proprio questo punto di vista a costituire la retta immaginaria, che divide il cerchio in due metà(6). Dal punto di vista dell'inizio(della Via) e dell'avvicinamento, il primo arco è costituito dalla Manifestazione, che nasconde il Sé alle essenze ed alle forme degli esseri manifestati, mentre la Verità (Haqq) rappresenta l'altra metà, alla quale ci si avvicina a poco a poco, cancellandosi ed annientandosi in Essa. Invece dal punto di vista del(la) Fine e della Discesa, il primo arco è la Verità, immutabile nel Suo stato, senza inizio e senza fine; e la Manifestazione, la quale avviene dopo l'estinzione, per la nuova esistenza conferita, è rappresentata dal secondo arco.
« Meno della misura di due archi »: allorquando si cancella la dualità immaginaria che li separa, per l'unione di un arco con l'altro e la realizzazione dell'Unità reale nella stessa molteplicità(7); in Essa, infatti, la molteplicità scompare e non rimane che il Cerchio, indivisibile in realtà, Uno nell'Essenza e negli Attributi.

10) «Ed ha rivelato al Suo servitore quanto ha rivelato»
Ed Egli ha rivelato al Suo servitore nella Stazione dell'Unità, senza l'intermediario di Gabriele, su di lui il Saluto, ciò che ha rivelato dei segreti divini, i quali non possono essere svelati da chi ha la funzione di Profeta.

11) «Non mentì il cuore (fu'àd) riguardo a ciò che vide »
Il cuore non mentì riguardo a ciò che vide nella Stazione dell'Unione (maqàmu-l-Giam i). Il fu'àd è il cuore che si è elevato alla Stazione dello Spirito, per mezzo dell'Identificazione (scìuhùd): esso contempla l'Essenza con tutti gli Attributi, ed esiste in virtù dell'Esistenza Vera. L'Unione di cui si tratta è la Sintesi dell'Esistenza, non la Sintesi dell'Unità, in cui non vi è più né cuore né servitore, per l'estinzione di ogni cosa in Essa. Il suo nome iniziatico è Fonte della Sintesi dell'Essenza (Aynu giam i-dh-Dhati) ; per quanto concerne la prima, invece, il suo nome è il « Volto Permanente » (al Waghu-l-Bàqi: Cor. LV-27), cioè l'Essenza dell'Esistenza (Dhàtu-l-mawgiùdàti) con tutti gli Attributi.

12) « Discuterete dunque con lui? »
Discuterete dunque con lui riguardo a qualcosa che non comprendete, di cui non vi è possibile né la conoscenza, né la concezione (tasawwur) ? E come potreste sostenere un argomento contro di lui? La discussione infatti è possibile allorquando si possa concepire formalmente il fatto su cui vi è disaccordo, e quindi argomentare, negando ed affermando; ma se non è possibile una concezione formale, non vi può essere una vera discussione.

13)«E certo lo vide un'altra volta»
Egli vide Gabriele, su di lui il Saluto, nella sua forma essenziale, un'altra, volta, quando ritornò dalla Verità e discese alla Stazione dello Spirito.

14)«presso il Loto del Limite»
Si dice che esso sia un albero, situato nel settimo Cielo, a cui si arresta la scienza degli Angeli; nessuno sa ciò che vi sia dopo di esso, ultimo grado del Paradiso e Dimora degli Spiriti dei Martiri. Esso è lo Spirito Supremo, al di là del quale non vi è più né grado né determinazione, ma solo il Sé Assoluto. Perciò egli passò per esso quando tornò dall'Estinzione Assoluta alla Permanenza, e vi vide Gabriele, su di lui il Saluto, nella forma in cui fu creato.

15) «presso il quale è il Giardino di Al-Ma'wà».
nel quale dimorano gli Spiriti degli Approssimati (Cor. LVI-11).

16) « Quando coprì il Loto ciò che lo coprì»
Cioè la Maestà e la Magnificenza di Allàh: in quanto il Profeta, su di lui il Saluto e la Pace, avendo realizzato l'Esistenza Vera(8), vide il Loto con l'Occhio di Allàh (hi Ayni-llahi), cioè vide Allàh stesso manifestarsi in questa forma, poiché il Loto era nascosto dall'abbagliante Manifestazione Divina (at-Tagialli-l-Ilàhi), che lo copriva e lo cancellava. Lo vide dunque con l'occhio dell'estinzione e non venne velato da Allàh, né dal Loto e dalla sua forma, né da Gabriele, su di lui il Saluto, e dalla sua realtà.

 17) «Non deviò lo sguardo, né trasgredì»
Quindi « non deviò lo sguardo », distratto dalla visione di altri (che Allàh) « né trasgredì » volgendo gli occhi a se stesso, e venendo così velato dall'individualità.

18) « Invero vide uno tra i più grandi segni del suo Signore »
Cioè l'Attributo di Misericordia (rahmah), col quale si manifesta l'Altissimo, e in cui si estinguono tutti gli Attributi; anzi, poiché gli Attributi non gli nascondevano l'Essenza, né l'Essenza gli Attributi, egli, su di lui il Saluto e la Pace, vide nella Fonte della Sintesi dell'Esistenza la Presenza del Nome Supremo, cioè l'Essenza con tutti gli Attributi, indicata con la parola Allàh.

 
26) «E per quanti angeli siano nei cieli, la loro intercessione non gioverà affatto se Allàh non avrà dato l'autorizzazione a chi vuole e di cui è contento» (cfr. Cor. II-256; XIX-87)
L'intercessione degli angeli consiste nell'effusione delle luci e nel soccorso a colui che chiede l'intercessione, quando costui chiede un'effusione di favori mediante la supplica (presso Allàh) dell'intercessore, che è il mediatore tra i due e ciò con cui si ottengono i favori di Allàh; ma l'intercessione è possibile anche quando vi è una continuità negli atti (ittisàl fi'liyy)(9). Questa intercessione nella Realtà delle anime umane non è possibile se non quando esse siano qualificate primordialmente a ricevere l'Effusione Angelica, e si siano purificate dalle tendenze individuali e dai veli naturali, volgendosi verso il lato della Santità e spogliandosi dagli abiti della sensualità e della turpitudine. Esse vengono allora colmate dalla luce degli Angeli, assistite dalla loro effusione, e, legandosi ad essi e seguendo il loro cammino, si avvicinano per mezzo di loro ad Allah. L'autorizzazione all'intercessione consiste nella predisposizione (isti'dàd) primordiale a riceverla, mentre la soddisfazione di Allàh si ottiene con la purificazione (zakà) e la purezza (safà), che deriva dallo sforzo e dalla lotta. Quando sussistono queste due condizioni si ottiene l'intercessione; ma se non vi è la predisposizione primordiale, o c'era, ma, alterata dagli attaccamenti e dai veli, ha perso la sua integrità, allora non vi è né l'autorizzazione né la soddisfazione di Allàh, e quindi neppure l'intercessione. Il Suo detto: «la loro intercessione non gioverà affatto» sta ad indicare l'assenza di intercessione nel Mondo degli Angeli, poiché non è possibile che essa esista e che non abbia giovamento.

37) «E di Abramo, il quale pagò»
Abramo pagò ad Allàh tutto quanto Gli era dovuto, affidando a Lui l'esistenza, nello stato di Estinzione nell'Unione, e svolgendo la funzione di servitore, nello stato di Rettitudine, con la trasmissione del Messaggio e della Profezia(10). Oppure completò le Parole con cui Allàh l'aveva messo alla prova (cfr. Cor. II-124), e che erano quelle che aveva menzionato tra gli Attributi. La lettura « wafà», senza raddoppiamento della «fa», si può interpretare come « mantenne » il suo patto, concluso al momento in cui iniziò la Fitrah(11), in quanto perseverò finché pervenne alla Stazione dell'Unità {ma- qàmu-t-T aiohid) alla quale fa allusione la frase: « Ho rivolto il mio sguardo a Colui che ha creato i Cieli e la Terra ».

38) «Non verrà caricata un'anima del carico di un'altra»
Il castigo è stabilito in base agli aspetti oscuri, che, per il ripetersi degli atti e delle parole malvage, cioè dei peccati, si sono consolidati nell'anima. Analogamente la ricompensa è fissata in base agli aspetti virtuosi, come ha detto l'Altissimo: «non gioverà all'uomo se non il proprio sforzo ». Al contrario delle sorti attuali, che dipendono dal potere individuale (qudrah), tutto ciò (i vizi e le virtù) dipende da un Decreto e da un Potere (Qadar) di Allàh; ma ciò che si considera in questo caso è la causa prossima che determina entrambi.

47) «l'altra nascita»
L'altra nascita avviene secondo tre modalità. La prima consiste nel ritorno degli Spiriti ai corpi per il Giudizio e la Retribuzione: cioè, a seconda che le azioni siano buone o cattive, esser mandati al Paradiso degli Atti o all'Inferno; la seconda consiste nel ritorno alla Natura Primordiale (al-Fitratu-l-Ulà) e nella realizzazione della Stazione del Cuore. La terza è il ritorno all'Esistenza Vera, conferita dopo l'Estinzione perfetta. La prima è comune a tutti, sia che i corpi siano luminosi, sia che siano oscuri, al contrario delle altre due.
57) «Si approssima l'ora che deve venire»
58)« Non vi è nessuno che la riveli salvo Allàh »
Se ciò si riferisce alla Resurrezione Minore, il suo avvicinarsi è evidente; e « colei che rivela » (kàscifa- tun) è o ciò che la fa apparire, o ciò che la provoca. Se invece ciò si riferisce alla Resurrezione Maggiore, la sua prossimità si può considerare sotto due aspetti.
Il primo è la vicinanza intellettuale, in quanto essa è la cosa più vicina ad ogni essere, poiché egli si trova nella Fonte dell'Unità ('Aynu-l-Wahdati), anche se ne è lontano, per sua negligenza o per sua ignoranza. Il secondo aspetto è legato al fatto che l'Esistenza e la Missione di Mohammed, su di lui il Saluto e la Pace, sono la premessa del Ciclo dell'Apparizione, ed uno dei suoi segni. Perciò disse: «Sono stato inviato, io e l'ora, come questi due », unendo l'indice con il medio. E l'ora appare con l'esistenza del Mahdì, su di lui il Saluto(12). « Non vi è nessuno che la riveli », cioè un'anima chiarificatrice, « salvo Allàh » poiché è impossibile che vi sia altra esistenza ed altra scienza che la Sua, al momento in cui l'ora verrà.
62) «Prostratevi ad Allàh e ServiteLo »
Prostratevi ad Allàh con l'Estinzione, e serviteLo con la Permanenza dopo l'Estinzione. Ed Allàh è più Sapiente.

 
Abd-er-Razzàq Al-Qasciani
('Traduzione e note di Placido Fontanesi)

 

1) II talwìn è caratteristico di un maqàm imperfetto, o di coloro che posseggono degli stati transitori (ahwàl). Lo sciaikh Abu'Alì ad-Daqqàq ha detto: « Mosé, su di lui la Pace, ebbe un talwin, poiché quando ritornò, dopo aver ascoltato la parola di Allàh, dovette coprirsi il volto, perché attraverso di esso traspariva il suo stato (hai) » (Qusciayri, Risàlah, capitolosul talwin). Vedere anche R. Guénon, « La maschera popolare », in Iniziazione e realizzazione spirituale.
2)Poiché, nel seguito del commento, Qasciànì identificherà lo Stato Primordiale con la Stazione del Cuore (Maqàmu-l-qalb), i due Orizzonti possono corrispondere rispettivamente al punto d'intersezione dell'Asse con il piano che rappresenta lo stato umano, ed al punto di intersezione con la Porta Solare, attraverso la quale si esce dal manifestato; ciò si ricollegherebbe con l'idea del Prototipo eterno del Corano, iscritto sulla Tavola Custodita che si estende dai Cieli alla Terra, attraverso tutti i gradi dell'esistenza universale (cfr. René Guénon, La langue des Oiseaux, in Symboles fondamentaux de la Science Sacrée).
3) Nell'Esoterismo dì Dante, riguardo al viaggio notturno di Maometto, Guénon cita la seguente frase: « Come Beatrice scompare di fronte a San Bernardo per guidare Dante nelle ultime tappe, cosi Gabriele abbandona Maometto presso il Trono di Dio, dove egli sarà attirato da una ghirlanda luminosa ».
4)
« Nella realizzazione totale dell'essere si può considerare l'unione di due aspetti, che corrispondono in qualche modo a due fasi di essa, l'una ascendente e l'altra discendente » (R. GUÉNON: « Realizzazione ascendente e realizzazione discendente », in Iniziazione e rea¬lizzazione spirituale.
5) II capitolo 427 delle Futuhàtu-l-Makkiyah di 'Ibn 'Arabi tratta del grado di realizzazione a cui si riferisce il versetto 9, ed inizia con i seguenti versi: « La misura di due archi non è che il diametro di un cerchio j (diametro) che dà luogo alla distinzione tra il Mondo ed Allàh » [Ma qàha qawsayni illàqutru dà'iratin / tu'tì-l-tamayyuza hayna-l-kwani iva-llahi). Il termine qàba, qui tradotto come « misura », in arabo sta ad indicare la corda sottesa ad un arco: se l'arco è una semicirconferenza, la corda ne è il diametro. Il termine miqdàr, anch'esso tradotto come « misura », non sta ad indicare una quantità spaziale, bensì ciò con cui si misura.
6) « Noi siamo esseri distinti perché creiamo noi stessi la distinzione, la quale non esiste se non nella misura in cui la creiamo » (R. Guénon, Il Demiurgo). « Ciò che fa apparire i due archi dal cerchio non è che la retta immaginaria, e ti basti dire immaginaria, poiché l'immaginario è ciò che non ha esistenza propria. Essa invero ha diviso il cerchio in due archi, ma il Sé è il cerchio stesso, e non è altro che i due archi; un arco è identico all'altro dal punto di vista del Sé, e tu sei la retta immaginaria che divide. Il mondo rispetto ad Allàh non ha che una esistenza illusoria » (Futùhàt: ibid. ).
« Allàh non ti è nascosto da qualche realtà che esista oltre a Lui, poiché non c'è realtà al di fuori di Lui: ciò che te lo vela non è che l'illusione che vi possa essere ima realtà distinta da Lui » (Ibn Ata Allàh, citato in « Letters of a Sufi Master », Londra, 1969).
« Ciò che è propriamente illusorio è il punto di vista che porta a considerare la manifestazione come esteriore al Principio » (R. Guénon, Etudes sur l'Hindouisme, Paris, 1966, p. 103}. « Inoltre l'illusione non può essere, a rigore, attribuita ad un oggetto; essa può insorgere solo in colui che percepisce. L'ombra è sempre un'ombra, in qualunque modo la si veda » (A. K. Coomaraswamy, Time and Eternity).
Sui rapporti tra i due archi e le due fasi della realizzazione dell'essere totale, si può ancora citare Guénon, che in « Realizzazione ascendente e realizzazione discendente » scrive: « Se si considera un cerchio posto verticalmente il percorso di una delle metà della circonferenza sarà ascendente, e quello dell'altra metà sarà discendente, senza tuttavia che il movimento cessi mai di essere continuo ». Infine l'espressione « misura di due archi » può essere ricollegata alla frase di Protagora, che Guénon cita parlando del Terzo Stato d'Àtmà e del grado di realizzazione che gli corrisponde: « L'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono ». Al quarto Stato d'Àtmà corrisponderebbe allora l'espressione adnà, la quale vuol dire sia « più vicino », sia « meno ».
7)Vedere il capitolo VIII del Simbolismo della Croce: « La Guerra e la Pace ».
8)Si tratta della realizzazione discendente.
9)Tutto ciò si riferisce alla scienza del ritmo ed alla nozione di « apurva »•. vi è un legame che concatena tra di loro tutti gli atti e che li sostiene, in modo analogo al Sutràtmà, che ricollega tra di loro tutti i mondi e li fa sussistere.
10)La rettitudine (istiqàmah} di cui si tratta corrisponde, nella prospettiva di Qascianì, alla realizzazione discendente. La si potrebbe ricollegare alla nozione estremo orientale del « Te ».
11) II patto in questione è quello a cui si riferisce il versetto 171 della Sura VII : « E quando il tuo Signore trasse dai lombi dei figli di Adamo la loro discendenza e li fece testimoniare contro se stessi, dicendo: " non sono Io il vostro Signore? " essi risposero: " si, l'attestiamo "... ».
12) Nel commento del versetto 54 della Sura VII si legge: « Certo il vostro Signore Allàh è colui che ha creato i Cieli e la Terra in sei giorni — cioè si è celato nelle forme del Cielo degli Spiriti e della Terra dei corpi per seimila anni (Cor. XXII-47: " un giorno presso il tuo Signore è come mille anni del vostro computo "), dal momento della creazione di Adamo fino al tempo di Maometto, su di loro il Saluto e la Pace. La manifestazione infatti corrisponde al nascondersi della Verità nei supporti di manifestazione ed al periodo di tempo che separa l'inizio del Ciclo dell'Occultamento dall'inizio dell'Apparizione. Questo è il periodo del Sigillo1 della Profezia e dall'Apparizione della Santità... ed esso si completa con l'Avvento del Mahdì, su di lui il Saluto, al termine del settimo giorno. Perciò si dice: " La durata di questo mondo è di 7000 anni " ». Tutto ciò può essere ricollegato a quanto Guénon ha scritto riguardo ai primi sei giorni della Genesi, e del settimo o Sabbath, che è la fase di ritorno al Principio.

 


 


 


 

domenica 22 gennaio 2012

Saturno

Questo è il Polo nord di Saturno. È poco chiaro come si sia formato il sistema di nubi esagonale ed insolito che circonda il polo di nord di Saturno, come possa mantenere quella forma, o quanto tempo durerà. La prima volta fu notata durante il flybys del Voyager di Saturno negli anni ottanta, non si è mai vista altrove, una formazione simile, non nel Sistema Solare. Anche se il suo bagliore infrarosso era già visibile prima,  l'astronave Cassini orbitando attorno a Saturno, nel 2009 illuminò pienamente il vortice esagonale e misterioso  per la prima volta alla luce del sole . Da allora poi, Cassini ha fotografato l'esagono che ruota alla luce molte volte per avere riscontri sulle variazioni. Il centro del polo non fu ripreso bene e fu escluso. Questa foto mostra molti  inaspettatimoti di nubi, come onde che emanano dagli angoli dell'esagono. Scienziati planetari sono sicuri di poter continuare a studiare questa insolita formazione di nubi per molto tempo.


giovedì 1 dicembre 2011

MONOTEISMO VEDICO


QUESTO ARTICOLO FU PUBBLICATO PER LA PRIMA VOLTA SUL DR. S. KRISHNASWAMI AIYANGAR
COMMEMORATION VOLUME (MADRAS) 1936 E FU RIPROPOSTO DAL JOURNAL OF INDIAN HISTORY, XV, 1936.
QUI SI OFFRE UNA SECONDA VERSIONE, CON SUCCESSIVE REVISIONI ED UN'ADDENDA DELL'AUTORE.

ANANDA KENTISH COOMARASWAMY

Un solo Fuoco viene acceso in molti luoghi,
un solo Sole è presente per uno ed in tutto,
una sola Aurora illumina questo tutto:
quello che è Uno solo diventa questo tutto.
Rig-Veda VIII.58.2

Nella maggiore parte dei casi, l'erudizione moderna postula che nella metafisica indù il concetto di Principio Unico sia solo uno sviluppo posteriore in cui i diversi dei diventano, per così dire, poteri o aspetti operativi o attributi personificati. Però, già Yāska (E1) insegna che è proprio per la gran divisibilità del principio il motivo per cui gli sono applicati molti nomi, uno dopo l’altro: «Gli altri dei diventano (bhavanti) parti secondarie dello Spirito Unico … il loro divenire è una nascita l’uno da un altro, sono di una natura comunicata; nascono nella funzione(1) (karma); lo Spirito è la loro origine … lo Spirito (Ātman) è il tutto di quello che un Dio è» (NIRUKTA VII.4).
Analogamente nella BŖĀD DEVATĀ I.70-74 vien detto: «è per l’immensit{ dello Spirito che lo chiamiamo con tanta diversità di nomi,2 a seconda dell’assegnazione delle sue sfere.» I nomi sono innumerevoli solo in quanto sono "differenziazioni", "presenze"3. I grandi saggi (E2) (kavayah), nei loro inni (E3) (mantrēśu) dicono che le divinità hanno una fonte comune; si chiamano con differenti nomi secondo gli ambiti in cui sono stabiliti4. Alcuni dicono che partecipano di quello, o che tale è la loro derivazione; ma per quel che riguarda
la Trinità dei sovrani del mondo, si capisce bene che la totalità della loro partecipazione (bhaktih) è nello Spirito (Ātman)»5

I passaggi precedenti illustrano il metodo normale della teologia in ogni esame de divinis nominibus, quan-do il riconoscimento delle diverse operazioni di un principio unico dà origine all'apparenza superficiale di un politeismo. Anche nel cristianesimo, per esempio, si dice: "noi non diciamo l'unico Dio, perché la divini-tà è comune a vari" (Summa Theologica I.31.2C); più ancora, "Creare esseri appartiene a Dio secondo il Suo proprio essere, cioè, la Sua essenza, che è comune alle tre Persone. Di qui che creare non è peculiare ad un'unica Persona, bensì comune a tutta la Trinità", Summa Theologica I.45.6C e bisogna capire bene che "Benché i nomi di Dio abbiano un unico riferimento comune, tuttavia, poiché il riferimento si fa sotto molti e differenti aspetti, questi nomi non sono sinonimici … I molteplici aspetti di questi nomi non sono vuoti e vani, perché corrisponde a tutti loro un'unica realtà rappresentata da ognuno di loro in una maniera diversa ed imperfetta", Summa Theologica I.13.a ad 216.
Sāyaŋa nel Śatapatha Brāhmaŋa (I.6.1.20) dice: «Prajāpati è inesplicito poiché Egli è essenzialmente tutti gli dei per questo che di Lui non si può dire che "È questo o quello" ma solo che "Egli è."»
Così anche Ermete Trismegisto: «Possiamo dire che è corretto attribuirgli il nome di "Dio” o quello di Arte-fice o quello di Padre,? No, i tre nomi sono Suoi ed Egli è giustamente chiamato "Dio" in ragione del Suo potere, "Artefice" in ragione dell'opera che fa e "Padre" in ragione della Sua bontà" [Lib. XIV.4].
Plotino, allo stesso modo, scrive nelle enneadi: «La vita delle stelle dotate di anima è identica, poiché sono unite all'Anima del Tutto, in modo che il loro movimento spaziale stesso ha il suo centro nella loro identità e si risolve in un movimento che non è spaziale ma vitale», Enn. IV.4.8.

È ben conosciuto che queste concezioni dell'identità del Primo Principio con tutti i suoi poteri sono continui nei Brāhmaŋa e nell'Atharva Veda. Ad esempio si può trovare, nel Ŝatapatha Brāhmaηa X.5.2.16: «in quanto a questo dicono, "Allora la Morte è uno o molti?." Uno deve rispondere, "Uno e molti." Dunque, mentre Egli è Quello, la Persona nel Sole, Egli è anche uno; e nello stesso tempo Egli è molteplicemente distribuito nei Suoi figli ed Egli è molti», passo che deve essere letto insieme al verso 20: «Come uno Lo cerca, così egli diventa»7 ed Atharva Veda Saмhitā VIII.9.26, «Un unico Toro, un unico Profeta, un'unica Casa, un'unica Ordinanza, un unico Yakşa nel Suo terreno, un'unica Stazione che non si svuota mai»; ed nell’Atharva Veda Saмhitā I.12.1, Agni è descritto come "Un'energia il cui progressione è tripla, (ekam ojas tredhā vicakrame)».

La critica passa molto spesso sopra al fatto che questo punto di vista sia sostenuto esplicitamente e ripetu-tamente nel Rig-Veda da non lasciare posto ad alcun equivoco. Un esame completo della formulazione ve-dica del problema dell'uno e dei molti richiederebbe un esteso studio sull'esemplarismo (E4) vedico, ma vo-gliamo richiamare l'attenzione sull'espressione viŝvam ākam, "molteplicità integrale", del Rig-Veda Saмhitā III.54.8. Tutto quello che ci si propone ora è di riunire alcuni dei più notevoli tra i testi vedici in cui si afferma categoricamente l'identità dell'uno e molti ed aggiungere che anche se nessuna di queste af-fermazioni esplicite fosse disponibile, la legge che esprimono potrebbe comunque essere indipendente-mente dedotta da un'analisi delle funzioni attribuite ai differenti poteri, perché benché queste funzioni sia-no caratteristiche di divinità particolari, non sono mai interamente peculiari di nessuna di loro8.

Passaggi molto familiari, spesso rifiutati perché "tardivi", includono (Rig-Veda Saмhitā I.164.46): "I sacer-doti chiamano in molti modi differenti (bahudhī vadanti) Quello che è solo Uno; lo chiamano Agni, Yama, Mītrāhvarunā, lo chiamano Indra, Mitra, Varuŋa, Agni, o dicono che è «l’aquila celeste Garutmān" o (Rig Veda Saмhitā X.114.5): «I cantori in estasi E5 (viprāū kavaya) concepiscono in molti modi l'aquila che è U-no»; e in X.90.11, dove, dopo che i Primi Sacrificatori hanno diviso il Primo Essere, si fa questa domanda alla maniera brahmōdaya, «Quanti multipli gli pensarono?»9. È questa la fine (artham) che Agni teme men-tre si trattiene nell’oscurit{: che lo si mandi ad abitare in molte sedi, per fortuna nella realtà, nonostante Egli proceda, rimane interiore.
Nello stesso modo si esprime Mastro Eckhart, "il Figlio rimane dentro come essenza e procede come per-sona … la natura divina si manifesta in una relazione di “alterità”, altro ma non un altro, perché questa di-stinzione è razionale, non reale.

«Ai Cantori Egli si manifestò come il Sole degli uomini10. Come in Plotino, V.8.9, "Il sole è l'unico Dio … quale posto può essere nominato che Egli non raggiunga?." Inoltre, sono altrettanto esplicite le affermazioni che si raccolgono in altri libri. In merito, si dice spesso che Egli ha due forme differenti, secondo il Suo essere di Giorno o di notte, e che questo è "come Egli vuole", (Rig-Veda Saмhitā III.48.4, VII.101.3; cf. X.168.4 e Atharva-Veda Saмhitā VI.72.1). A volte questo concetto è e-spresso in termini come «Ora Egli è sterile, ora genera» Rig-Veda Saмhitā VII.103.3, questa ultima espressio-ne, è la stessa del termine sùh nel Rig-Veda Saмhitā (I.146.5) ed equivale a dire savitŗ bhavati, "Egli diviene Savitŗ¨." Cf. Rig-Veda Saмhitā III.55.19 e X.10.5, dove Tvaşţŗ E6 e Savitŗ E7 si identificano per apposizione.

Nel Rig-Veda Saмhitā III.20.3 e VIII.93.17, Agni ed Indra sono chiamati polinominalmente bhurīŋi-nāma = dai molti nomi e puru-nāma = dai numerosi nomi ed in II.1, Agni è invocato con i nomi di quasi tutti i poteri, ci sono inoltre innumerevoli passaggi in cui Indra è una designazione del Sole.
Nel Rig-Veda Saмhitā VIII.11.8 è scritto che Agni «deve essere visto in molti posti, o aspetti differenti» [cf. I.79.5 e VI.10.2, Agni purvanīkah]. «benché la Sua somiglianza sia la stessa in molti posti, tuttavia, il Suo di-venire è multiplo ed a Lui gli sono dati molti nomi, perché "Come Egli si mostra, così Egli è chiamato"» (Rig-Veda Saмhitā V.44.6)11, un passo del Śatapatha Brāhmaŋa X.5.2.20, è poco più che una parafrasi.

Rig-Veda Saмhitā I.146.5, coincide con innumerabili passi sparsi per tutto il Rig-Veda, dove Agni è concor-de con Mitra,Varuŋa e Mātariŝvān; in IV.42.3, Varuŋa si autoidentifica con Indra e Tvaşţŗ; analogamente in RV.3.1-2, Agni è identificato con Mitra, Varuŋa e con Indra. Questo non è una questione di mera sugge-stione; i punti di vista particolari propri ai differenti nomi sono accuratamente espressi. [Allo stesso modo, se Agni, come Sole, è il "viso" o la "freccia", (anīkā) degli dei, Rig-Veda Saмhitā I.115.1, VII.88.2, etc., e con-temporaneamente è logicamente detto "dai molti visi" (pūrvanīkah), "questo non fa del Dio eterno qualco-sa di reale, ma solo accorda quell’idea al nostro modo di pensare", Summa Theologica III.35.5C, perché "Gli uomini, nel loro culto sacrificale, hanno imposto su Te, Agni, i molti visi". I "visi" o "frecce" dell'Agni solare sono in realtà i suoi "raggi", quegli stessi raggi coi quali il Sole Spirituale sostiene l'essere di tutte le cose, ma con cui è occultata la Porta solare, in modo che quello che vuole entrare supplica, quindi, che i raggi siano dispersi.

Espresso altrimenti, Agni è l'Albero della Vita (vanaspati) «Gli "altri fuochi" sono i tuoi rami», Rig-Veda Saмhitā I.59.1,: «Tutti gli altri Agni germogliano da te, oh Agni»; «Tutte queste divinità sono forme di A-gni», Aitareya Brāhmaŋa III.412. In molti casi il verbo bhāE8, "divenire", come appare nei testi Brāhmaŋa e Nirukta già citati, è impiegato nel Rig-Veda per indicare nello stesso verso il passaggio di un nome o fun-zione ad un altra. Per esempio, Rig-Veda Saмhitā III.5.4, "Agni diviene (bhavati) Mitra quando è acceso, Mi-tra il sacerdote; e Varuŋa diviene Jātavādas"; cf. IV. 42.3, "io, Varuŋa , sono Indra", e V.3.1-2, "Tu, Agni, sei Varuŋa e nascendo divieni (bhavasi) Mitra, quando sei acceso in te, oh Figlio della Forza, abitano gli dei U-niversali; sei Indra per l'adoratore mortale. Per le donzelle sei Aryaman, e come Svadhāvan porti un nome segreto» probabilmente come Trita del passo I.163.3: «Tu sei Trita per l'operazione interna, così…»
Nuovamente, Rig-Veda Saмhitā III.29.11, "Come Germe di Titano eleva a Tanūnapāt13, quando nasce è Narasāŋsa, quando si forma nella Madre diviene Mātariśvān, il Vento degli Spiriti nel suo corso".
Questoo Spirito in realt{ è l’Essenza stessa di Varuŋa ed il soffio di Vāc, un vento la cui forma non si vede ma che è l'Essenza (ātmā ) di tutti gli dei e che si muove come vuole (X.168.4).

Ai passaggi precedenti, nei quali si considerano gli effetti diversificati di quello che è realmente un'opera-zione unica, si può unire quanto esposto nel Rig-Veda Saмhitā VI.47.18, «Egli è la controforma (matrice) di ogni forma, è quella forma di Lui quello che dobbiamo contemplare; Indra, per virtù dei Suoi poteri magici, procede come multiforme», un passaggio che è in stretta corrispondenza con «la forma unica che è la for-ma di molte cose differenti» di Mastro Eckhart, parole che riassumono la dottrina dell'esemplarismo scola-stico. E mentre in X.5.1 solo Agni è “ŗtupati” (Signore delle Epoche) in Rig-Veda Saмhitā VI.9.5, "I Moltepli-ci Dei, con una mente comune ed una volontà comune, si muovono senza fallo nella stagione unica", il ver-so citato sopra corrisponde strettamente a quanto detto nella Summa Theologica III.32, 1 ad 3, dove quello che fa una delle Persone della Trinità si dice è fatto da tutte, «poiché ci sono un'unica natura ed una unica volontà». Nel Śatapatha Brāhmaŋa VIII.7.3.10: «Il Sole incorda questi mondi nel suo Spirito come su di un filo», Bhagavad Gītā VII.7, «Tutto questo è incordato in "Me», e X.20, «Io sono lo Spirito che ha sede nel cuore di tutti gli esseri», ripete meramente il pensiero di Rig-Veda Saмhitā I.115.1, «Il Sole è lo Spirito (āt-man) di tutto quello che è in movimento o in riposo». Nel Rig-Veda Saмhitā X.121.2, Hiranyagarbha (Agni) Prajapati, è chiamato il "datore" dello Spirito (ātmadā), ed è in questo senso che Agni, in I.149.3, è "di cen-tuplice Essenza" (śatātmā).

Nel Rig-Veda Saмhitā X.51.7 si invoca ad Agni perché dia la sua "parte" (bhāgam) agli dei; quella è la sua funzione peculiare come sacerdote (purohita) degli dei. Quindi, è sufficientemente chiaro che il Nirukta ed la Bŗhad Dēvatā siano pienamente giustificati nel dire che gli dei partecipano (bhakta) dell'Essenza o espi-razione divina; questi testi mantengono perfino la fraseologia dei mantra vedici. Il riferimento alla "parte-cipazione" ci conduce alla considerazione del Bhaga vedico, posteriormente Bhagavānā. Bhaga non è un nome personale è piuttosto una designazione generica del potere attivo in uno qualsiasi dei suoi aspetti, mentre il "Libero Donatore" o il "Partecipante" che fa che la sua bhakti partecipi alle sue ricchezze. Queste ricchezze possono essere solo gli aspetti della Sua Essenza perché, certamente, noi non possiamo conside-rare la divinit{ come “proprietaria” di un qualcosa di più di quello che Esso stesso è. «Comunicandosi a sé stesso, Egli riempie completamente questi mondi» Questo ultimo è un testo upanishadico (Maitri Upani-şad VI.26), ma il concetto è vedico.

In realtà, Bhaga riceve per apposizione il nome di "Dispensatore" (vibhaktŗ) Rig-Veda Saмhitā V.46.6.
Bhaga è "partecipazione" o "dispensazione", come nel Rig-Veda Saмhitā II.17.7, diretto ad Indra, "Io ti im-ploro, oh Bhaga … valutami, tendimi, dammi quella parte (bhāgam) con cui il corpo è elevato)", dove bhā-gam = amŗtasya bhāgam, in I.164.21, cf. anche VIII.99.3, "Dipendendo da Lui, come dal Sole, i Molti (viŝve devam) hanno partecipato di quello che è di Indra"; in una lode diretto ad Agni si dice che i Molti "parteci-pano della tua divinità", VII.81.2 è la preghiera all'alba: "Siamo associati nella partecipazione".
Questi passaggi sono indubbiamente sufficienti per chiarire che Bhaga e vibhaktŗ sono il dispensatore o il datore che si dà sé stesso o la sua sostanza; sambhāja il partecipante che partecipa al dono; bhāga, bhakşa, e bhakta la parte che si dà o che si riceve. Benché queste espressioni siano vediche, bhakti, l'atto della di-stribuzione, o di fare condividere quello che si dà, e bhakta come sinonimo di vibhaktŗ, il donatore, appaio-no solo più tardi.

Il problema della "origine del movimento bhakti", che è stata tanto discussa, non sarebbe mai esistito se si fossero mantenute queste interpretazioni nelle traduzioni dei testi posteriori, specialmente quella della Bhagavad Gītā. Bhakta, nel Rig-Veda, può essere la parte del "tesoro" ottenuta dal sacrificatore dalla divi-nità, Rig-Veda Saмhitā IV.1.10, o, inversamente, la parte che il sacrificatore d{ o assegna alla divinità, Rig-Veda Saмhitā I.91.1, Specialmente Agni, in quanto sacerdote sacrificante (hotŗ), "Dà spiritualmente la loro parte dell'oblazione agli dei (bhāgam), Rig Veda Saмhitā X.51.7 [ Ite missa est!]. In questo ultimo caso il sacrificatore o sacerdote sacrificante è il vibhaktŗ, e la sostituzione del vibhaktŗ vedico con il bhakta non in-troduce nessuna concezione nuova.

Bhakti implica devozione, poiché ogni donazione presuppone amore ma da ciò non consegue che bhakti debba essere tradotto con "amore." È certo che la bhakti-mārga è anche la prēma-mārga, la passiva "Via" dell'Amore, che si distingue del jŋāna-mārga, l'attiva "Via" della Gnosi; ma che le espressioni bhakti-mārga e prēma-mārga abbiano un riferimento comune non le fa sinonimiche, le espressioni sono "sinonimiche" solo quando si riferiscono alla stessa cosa sotto lo stesso aspetto.

Non si può negare che i pitarah, in Rig-Veda Saмhitā I.91.1, erano bhakta in questo ultimo senso, o che la loro fosse una bhakti-mārga. Noi dovremmo tradurre bhakti-mārga per "Via" della Consacrazione o "Via" della Devozione piuttosto che con "Via dell'Amore”. È certo, ugualmente, che "partecipazione" implica "amore", e viceversa, dato che un amore che non partecipa alla cosa amata non è assolutamente "amore" bensì piuttosto "desiderio." Tuttavia, l'Amore e la partecipazione sono concezioni che si differenziano in modo logico e ognuna delle quali gioca un suo proprio ruolo nella definizione dell'atto devozionale; quando le due espressioni si confondono in una traduzione equivoca, non solo si perdono queste sfumature di si-gnificato ma contemporaneamente si nasconde l'evidenza dalla continuità del pensiero vedico col pensiero posteriore, evocando così dei problemi irreali.

Vogliamo dunque esprimere il nostro plenum accordo coi punti di vista di Franklin Edgerton che conclude-va che «tutto ciò che è esposto, almeno nelle Upanişad più antiche, quasi senza eccezione, non è nuovo nelle Upanişad ma è già stato enunciato, o almeno molto chiaramente prefigurato, nei testi vedici più anti-chi»14, e con quelli di Maurice Bloomfield che argomentava "che mantra e Brāhmaŋa non sono in assoluto distinzioni cronologiche; ma rappresentano due modi di attività letteraria e due modi di linguaggio lettera-rio che sono ampiamente contemporanei … Entrambe le forme esistettero giunte, per quanto sappiamo, dai tempi più antichi; solo che la redazione delle collezioni di mantra sembrano avere preceduto, in com-plesso, la redazione dei Brāhmaŋa … Gli inni del Rig-Veda, come quelli degli altri tre Veda, furono liturgici dall’inizio stesso. Questo significa che essi formano solo un frammento … i testi ed i commenti posteriori possono contenere la spiegazione corretta»15; anche Bloomfield, con riferimento alle parti più antiche del Rig-Veda, lo chiama "l'ultima stesura, con un lungo e intricato passato oltre a sé, di un'attività letteraria di grande ed indefinita estensione»16.

Siamo di accordo con Alfred Jeremías, quando dice nella Prefazione a suo Altorientalische Geisteskultur (Berlino) 1929,: «Die Menschenheitsbildung ist ein einheitliches Ganzes, und in den verschiedenen Kulturen findet man die Dialekte der einen Geistessprache»; con Carl Anders Scharbau, «Die Idei der Sch.pfung in der vedischen Literatur» Stuttgart, 1932, "die Tiefe und Grösse der theologischen Erkenntnis da' Rigvedas Keine-swegs hinter der da' Vedanta zurücksteht»17; e finalmente con Sāyaŋa quando sostiene che nessuno dei rife-rimenti vedici è storico.

È proprio il fatto che gli incantesimi (mantra) vedici sono liturgici a rendere irrazionale sperare in una loro esposizione sistematica in una filosofia stabilita; se consideriamo i mantra in se stessi, è come se cercassi-mo di dedurre la filosofia scolastica partendo solo dal libro dalla Messa. Non è che questo sia impossibile, ma saremmo accusati di leggere nella Messa significati che potrebbero non essere stati presenti nella men-talità prevalente nella "Età Oscura"; saremmo accusati di cedere, come dice il Professore Keith che non può essere accusato di una tale debolezza, al «nostro desiderio naturale … di trovare la ragione dominare in un'età barbara». Tuttavia, tanto i mantra come gli inni latini sono minuziosamente elaborati, il loro sim-bolismo opera con un'esattezza matematica, Emile Mâle parla del simbolismo cristiano come di un "calco-lo" e noi non possiamo supporre che i suoi autori non comprendessero le loro stesse parole; siamo noi che non comprendiamo, se insistiamo nel leggere l’algebra come se fosse aritmetica. Tutto quello che possia-mo imparare della storia della letteratura è che le dottrine che si danno per scontate nei mantra non furono pubblicate, probabilmente, fino a quando un certo cambiamento linguistico non avesse già avuto luogo; possiamo trovare alcune parole nuove, ma non troveremo idee nuove. Siamo noi i difettosi se non possia-mo capire che MitrāVaruŋa dei quali il secondo [Varuŋa] è il fratello immortale del "mortale" [Mitra], non sono altro che quell’apara-brahman e para-brahman che le Upanişad chiamano rispettivamente il mortale e l’immortale.

La stessa cosa relativamente alle liturgie babilonesi, dove è probabilmente esistita anche una "letteratura sapienziale … non formulata per essere ripetuta nei templi»18, come si deve accettare che esisteva il con-cetto di un "unico Dio… [i cui] differenti aspetti non venivano considerati come divinità separate nel pantheon sumero-accadico»19. Lo stesso nel caso delle liturgie vediche, dove l'apparizione di concetti di un "Uno che è altrettanto vivo e non-vivo" (Rig Veda Saмhitā X.129.2) e di Agni come "essere e non-essere in uno" (sadasat) Rig-Veda Saмhitā X.5.7, non può definirsi sorprendente. Noi non vediamo, allora, nei Brāhmaŋa, Upanişad, Bhagavad Gītā e perfino nel Buddismo, altro che una ultimo adattamento e pubbli-cazione di quello che si conosceva da sempre, sia che fosse insegnato ai già iniziati o fuori in quei circoli la cui esistenza è implicita per la forma brahmōdaya di molti inni; e da Brāhmini come quello che, nel Rig-Veda Saмhitā X.71.11, viene menzionato mentre espone la scienza della genesi e che possiamo credere che fosse, come Agni stesso, un «Conoscitore delle generazioni di tutte le cose» Rig-Veda Saмhitā VI.15.13; cf. IV.27.1.

NOTE(E1) Yaska è stato un grammatico sanscrito antecedente a Panini (che è del 4° secolo aC), si presuppone che sia stato attivo nel 5 ° o 6° secolo a C. È l'autore del Nirukta, trattato sulla tecnica dell’etimologia, categoria lessicale e semantica delle parole. Si pensa che sia stato allievo di Śākahāyana, un vecchio e grammatico, espositore dei Veda, menzionato nel suo testo.

1 in realtà, è Viśvakarmā, l'Artefice di Tutte le Cose, che dà i suoi "nomi", cioè, suo essere individuale, agli dei e quindi è chiamato devānām nāmadhāĥ, X.82.3.
→ ogni attività è solamente il nome "di un atto di Brahma", Brhadāraņyaka Upanişad I.4.7;
→ "tutte le attività sorgono dallo Spirito". idem I.6.3;
→ "ogni azione germoglia da Brahma", Bhagavad Gītā III.5;
Lo stesso concetto viene esposto, con le stesse parole,anche in Mastro Eckhart, ed. Evans, II, 175.

2 quasi verbalmente identico con Jan Van Ruysbroeck, "è dovuto alla Sua incomprensibile nobiltà e sublimità che noi non possiamo nominarLo abilmente né esprimerLo interamente, così Gli diamo tutti questi nomi" Adornment of the Spiritual Marriage, XXV. "Perché considero impossibile che Quello che è l'artefice dell'universo in tutta la sua grandezza, il Padre o Sigore di tutte le cose, possa essere conosciuto con un unico nome; sostengo che Egli è senza nome, o piuttosto che tutti i nomi siano i Suoi nomi. Perché Egli, nella sua unità, è tutte le cose; in modo che noi dobbiamo chiamare tutte le cose con il loro nome, oppure chiamarlo con il nome di tutte le cose", Hermes (Asclepius III.20A).

3 «il Vento è onnipresente» [Jaiminīya Upanişad Brāhmaņa IV.12.10]; «e così, come dice Krishna, non c'è nessun fine per le mie presenze divine» [Bhagavad Gītā X.40]. Sono queste "presenze" o "poteri" che vengono chiamati con molti nomi.

E2 kavayah, reso in traduzione con saggi, formatori, cantori; sono i Ŗsi "cantori ispirati" o “cantori estatici”. I Veda fu-rono rivelati a loro, che la "ascoltarono" per trasmetterli agli uomini Gli Ŗsi non sono deva né asura ma non corrispon-dono nemmeno ad esseri umani comuni essendo alcuni di loro di discendenza divina, la loro era un'era mitica e pri-mordiale, anzi i sette Ŗsi partecipano in qualche modo alla creazione del mondo.

E3 gli inni dei Veda, “ascoltati” dai Ŗsi all’atto della creazione del mondo e nell’epoca primordiale.
4 Cf. PB XX.15.2-2 dove le sfere di azione di Agni, Vāyu e Āditya sono dette sue "parti" o "pezzi" (bhaktiĥ).

5 un'ontologia di questo tipo non può propriamente essere definita panteista o monista. Questo sarebbe legittimo solo se, quando si è analizzato l'essenza nei suoi multipli aspetti, non rimanesse nulla, al contrario, tutte le scritture indù, incominciando dal Rig-Veda, concordano nell'affermare che quello che resta del Sé eccede la totalità di quello che serve per riempire questi mondi, e che questa fonte rimane inalterata da tutto quello che produce o riassorbe dal principio alla fine di un eone. Il punto di vista che tutta questa sia una teofania non significa che si veda tutto del Sé; al contrario, per così dire, "solamente una parte" della sua abbondanza, basta per riempire i mondi di tempo e spazio, per lontano che possano estendersi, per molto che possano durare [Rig-Veda Saмhitā X.90.3, cf. Maitri Upanişad VI.35, Bhagavad Gītā X.42]. Cf. Whitby nella prefazione alla versione inglese di René Guénon, L'Uomo ed il suo divenire secondo il Vedanta (Parigi) 1925: "È da sperare che questo libro dia il colpo di grazia al pregiudizio assurdo e inspiegabile che persistentemente sottovaluta la dottrina vedica in merito al suo supposto "panteismo." Questa insistenza …", e Lacombe, nella prefazione di René Grousset, Les Philosophies indiennes (Parigi) 1931,: "È necessario concludere, a nostro giudizio che il Vedanta non è panteista, e neanche monista, soprattutto nel senso che queste parole hanno per noi. Si nomina da sé stesso advaita, non-dualista. La sua preoccupazione di assicurare la trascendenza del Brahman non meno che la sua immanenza, di mantenere l'interiorità della sua Gloria, è manifesta. Posizione irriducibile…"; e Coomaraswamy, Una Nuovo Aproximaciòn ai Veda: Una Prova di Traducciòn ed Exégesis, 1933, p. 42. Si potrebbe aggiungere che si può fare un'obiezione simile anche riguardo all’uso della parola "Monoteismo" nel titolo di questo articolo. Tad ekam nella Ŗg Vēda Saмhitā X.129.2, è traducibile più come " Identit{ Suprema " che non " Dio unico." È solo in quanto "unico Dio", con tanti aspetti quanti punti di vista dai cui essere considerato, che "Quell’Uno " diviene intelligibile; ma quello che Quell’Uno è in sé stesso lo si può solo esprimere in termini di negazione, per esempio, "senza dualità." Da Erwin Goodenough, An Introduction to Philo Judaeus (New Haven) 1940, p. 105.

6 « si divide in Sé stesso (Ātmanaм vibhajya) per riempire questi mondi», Maitri Upanişad VI.26, etc., Egli rimane "indiviso" in queste divisioni, avibhakta vibhakteşu, Bhagavad Gītā XVIII.20, cf. XIII.16, "incommensurabile, cioè, in-materiale, in mezzo alla cosa misurata" (vimite’mita) Atharva veda Saмhitā X.7.39; amātra, Brihadāraņyaka Upanişad III.8.8, etc.,; gli dei immanenti, i Respiri, prāηāh sono "misurati" dal Fuoco, (tejo-mātrāh Bŗhadāraηyaka Upanişad IV.4.1),) cioè, "del Fuoco sempiterno, che alle volte si accende ed in altre si spegne", Eraclito, Fr.30. "In altre parole, in Lui non ci sono molte esistenze bensì solo un'unica esistenza, e suoi molti nomi ed attributi sono meramente i suoi modi ed aspetti" - Jāmī Law ‘ih XV.
7 Per esempio, Aitareya BrāhmaŋaIII,4: «per quanto uno ricorre, upasāte a Lui come a chi ha di farsi un amico (mitra-kŗttyaiva), quello è la sua forma come l'Amico (mitra)». Nel Kailāyamalai, Ŝiva è invocato come "Tu che prendi le for-me immaginate dai tuoi adoratori", vedere Ceylon National Review, Gennaio 1907, p. 285.]

E4 Esemplarismo = Concezione metafisica che assume una realtà ideale come modello del mondo sensibile. Nato da un ragionamento analogico, l'esemplarismo trova una sua prima espressione in Platone con la dottrina del demiurgo, che plasma la materia guardando i modelli eterni delle Idee; Plotino rimase sulla stessa linea, sostituendo però al de-miurgo l'Anima universale. (vedere Coomaraswamy, "Esemplarismo Vedico", capitolo successivo)

8 Max Müller inventò il termine "enoteismo" per descrivere il metodo che egli immaginò come peculiare dei Veda. Il cristianesimo, quindi, sarebbe "enoteista" nel misura in cui afferma che quello pertiene ad una dalle Persone pertiene a tutte, e viceversa. Un "enoteismo" pienamente sviluppato è più caratteristico dello Stoicismo e di Filone, cf. Émile Bréhier, Les Idées philosophiques et religieuses di Philon d’Alexandrie (Parigi) 1925, pp. 112, 113: "La concezione di dei mirionimi (con mille nomi), di un dio unico alle cui differenti forme si dirigevano le preghiere degli iniziati era familiare allo stoicismo … come negli inni orfici, l'onnipotenza di ogni Dio non ostacola la sua gerar-chia, e così pure qui [cioè, secondo Filone] gli esseri sono con molta frequenza classificati gerarchicamente come se si trattasse di esseri distinti." [E Plotino V.8.9, "Egli e tutto ha un'unica esistenza, benché ognuno sia anche un aspetto distinto. È una distinzione ma è un'identità completa; non c'è tuttavia nessuna partecipazione tra una parte ed un'al-tra. Né ognuna di queste totalit{ divine è un potere frammentato … la realt{ divina è un'unica onnipotenza." Il secon-do passaggio avrebbe potuto essere scritto sulla Trinità Cristiana]. Perciò, qui anche ci troviamo con quell'apparenza superficiale di politeismo con cui l'apologista di qualche altra religione di quella sotto esame risulta tanto convenien-temente ingannato, il musulmano per esempio quando chiama"politeista" la dottrina cristiana della Trinità.

E5 i Ŗşi

9 Analogamente a Vāc, gli dei "dividono" la Mater Magna e le fanno occupare molte stazioni, Rig-Veda Saṁhitā X.125.3. In tutti questi passaggi è evidente come l'unità divina sia essenziale e la molteplicità concettuale.

10 [Rig-Veda Saṁhitā 146.4] come in San Giovanni 1:4, «et vita erat et lux hominum». Il Sole Spirituale del Rig-Veda Saмhitā I.115.1, etc., è la "Luce delle luci, (jyotiśām jyotis) Rig-Veda Saмhitā I.113.1, Bŗhadāraŋyaka Upaniśad IV.4.16, etc.,; "La brillante Luce delle luci è quella che i conoscitori dello Spirito, atmā - vidaĥ, conoscono"(Muŋdaka Upaniśad II.2.10)] il "Padre" delle luci (San Giacomo I:17).

E6 Tvastar, nei Veda è il creatore per arte, appellativo a volte dato a Hiranyagharbha, Prajapathy o a Brahma, menzio-nato anche nei testi sui Mitanni è considerato una divinità proto-indoiraniana, come appellativo è anche riferito a Ra-thakāra, il costruttore del carro del sole, è una divinità solare.

E7 Savitŗ letteralmente il termine significa stimolatore, agitatore; Nella religione vedica , Savitŗ o Savita ( nominativo singolare ) è una divinità solare e uno dei 12 Aditya, i raggi del sole, discendenti di Aditi, la prima . Il suo nome in san-scrito vedico "girante, agitatore, vivificatore" lo connota. Savitr è stata celebrata in undici canti tutto il Rig Veda e in alcune parti di molti altri, il suo nome è citato circa 170 volte in totale. Nel moderno induismo , Savitr non è diretta-mente adorato, tuttavia il sacro mantra Gayatri è dedicato a questo Dio.

11 come nella Summa Theologica I.13.1 ad 3, «Pronomina vero demonstrativa dicuntur de Deo, secundum quod fa-ciunt demonstrationem ad id quod intelligitur, non ad id quod sentitur. Secundum enim quod a nobis intelligitur, se-cundum hoc sub demonstrationem cadit».

12 Ad esempio, Atharva Veda Saмhitā XIII.3.13, "Questo Agni diviene Varuŋa di pomeriggio; l’indomani è Mitra", etc.; Jaimin´ya Upani·ad BrāhmaŋaIII.21.1-2, dove il Vento, Vāyu, soffia dai cinque quadranti - est, sud, ovest, nord e dall’alto - rispettivamente come Indra, śāna, Varuŋa , Soma e Prajāpati; Jaiminīya Upanişad Brāhmaŋa IV.5.1, dove Agni, "il messaggero di Varuŋa ", diviene Savitŗ all'alba, Indra Vaikuŋţha a mezzogiorno, Yama di sera; Jātaka IV.137, "Sujampati, nel cielo conclamato; come Maghavā, sulla terra si nomina."

E8 √bha = divenire ma anche “essere”. Infatti le forme verbali irregolari del verbo essere in latino e quindi anche in ita-liano, come “io fui, tu fosti, ecc...” derivano da questa radice. È normale che la labiale aspirata, Ph o Bh, nel tempo si trasaformi nella fricativa F.

13 il nome Tanūnapāt, "Nipote di Sé stesso", formula la dottrina ben conosciuta che "Agni è acceso da Agni", Rig-Veda Saмhitā I.126, VIII.43.14, secondo la quale, nel rituale, il nuovo Gārhapatya deve essere acceso dal vecchio. Cf. Sum-ma Theologica III.32A ad I, "la presa stessa, cioè, l'assunzione della natura umana, la presa di nascita, si attribuisce al Figlio", cioè, è l'atto proprio del Figlio tanto quanto quello delle altre Persone.

14 Journal of the American Orientale Society, XXXVI (1917), p. 197.

15 Journal of the American Orientale Society, XV, 1893, p. 144.

16 Journal of the American Orientale Society, XXIX (1908), p. 288.

17 P. 168, nota 166.
18 Stephen Herbert Langdon, Tammuz and Ishtar (Oxford) 1914, p. 11.

19 Henri Frankfort, Iraq Excavations of the Orientale Institute, 1932/1933 (Chicago) 1934, I, p. 47.